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INCONTRO CON MIMMO CALOPRESTI
(da Cinemasessanta, n.2, marzo-aprile
1998)
Gianfranco Cercone: Mimmo Calopresti è conosciuto
dal pubblico cinematografico soprattutto per due lungometraggi:
La seconda volta del '95, e La parola amore esiste
del '98. Ma egli ha alle sue spalle una lunga attività di
autore di cortometraggi, di cui non darò esaustivamente conto.
Mi limiterò a segnalare alcuni suoi lavori. Un suo video
dell'85, A proposito di sbavature, vinse il primo premio
al Festival Cinema Giovani di Torino; del '90 è Alla
Fiat era così che raccoglieva testimonianze di operai
che avevano partecipato alle lotte degli anni '60 e '70 (un frammento
di questo cortometraggio si ritrova ne La seconda volta); è
del '91 Paolo ha un lavoro, che racconta una esperienza di lavoro
in una condizione di semilibertà (tema che ritroviamo nella
Seconda volta); è del '94 Pane, pace e libertà,
che riunisce alcuni racconti di operai che parteciparono agli scioperi
dal '43 al '45; nel '92, per la terza rete della Rai, curò
una puntata del programma Storie vere, intitolata Remigia
e dedicata al personaggio di una nomade slava che viveva ai margini
della città della città di Torino.
Un tratto comune apparenta questi documentari: Calopresti racconta
storie di individui, inserendoli in un orizzonte storico che trascende
l'esistenza individuale. Le riconnette ora alla Resistenza, ora
a problemi sociali di largo respiro come la condizione di vita carceraria,
o la vita operaia.
Tratto che ritroviamo anche nel suo primo lungometraggio La
seconda volta. Calopresti ci parla di un fenomeno storico come
il terrorismo, considerato nella scia di crisi e di inquietudine
irrisolvibile che ha lasciato, dopo tanti anni, nelle esistenze
di due individui: un docente universitario e la terrorista che gli
sparò.
Nella Parola amore esiste la protagonista, Angela, soffre
di quella che in termini freudiani credo si possa definire una nevrosi
ossessiva: è soggetta a manie, ad atti compulsivi; e, come
effetto di tale malessere psichico, vive in una condizione di solitudine,
sembra incapace di intraprendere una storia d'amore. E si sottopone
a un trattamento di psicanalisi.
In questo film si realizza forse (Calopresti ci dirà se condivide
questa ipotesi) una svolta rispetto ai film precedenti: la crisi
del personaggio in questo caso non è ricondotta a un fenomeno
generale. C'è, è vero, un vento di crisi che investe
in qualche misura tutti i personaggi del film. Tuttavia l'autore
non vuole condurre una riflessione critica su tale crisi. Dal punto
di vista del contenuto, rispetto ai film precedenti, La parola amore
esiste si approfondisce nella direzione dell'intimismo. Ciò
sia detto, beninteso, senza nessun intento accusatorio. Fra l'altro
a me il film è piaciuto molto.
Calopresti condivide questa ipotesi, che di svolta si tratti? E
in caso affermativo, a cosa si deve?
Per fare delle svolte bisogna aver fatto dei lunghi percorsi e
io il cinema l'ho iniziato ancora da poco, soprattutto il cinema
di finzione, quello dei lungometraggi. Quindi non so se si tratti
di una svolta. Sicuramente, da sempre, da quando ho iniziato a fare
il mio lavoro, sia quando facevo i documentari, sia quando facevo
qualcosa di meno formalizzato di un documentario (piccole interviste)
la cosa che mi interessava di più erano le persone, la loro
storia. Il cinema mi piace perchè racconta storie di individui.
Se queste storie raccontano anche qualcosa che sta intorno a loro,
bene. Ma la mia attenzione principale, quando vado al cinema come
spettatore, va alle persone che vengono raccontate dentro il film.
Perchè penso che il cinema ha questa grande potenzialità:
di poter mettere al centro del mondo per un'ora e mezza la storia
di una persona, e di quelle che hanno relazione con questa persona.
Questo è ciò che mi affascina più di tutto,
quando penso al cinema. E' una forma mia di attenzione agli altri
che viene espressa fino in fondo in quel momento lì, quando
c'è questa magia del cinema. Anche se sembra che io abbia
una storia diversa. Ho fatto un film sul terrorismo. E molti sono
rimasti delusi vedendo quel film, perchè cercavano una risposta.
Mentro io vedo il cinema come la possibilità di raccontare
il mistero delle persone. Il dialogo finale fra il docente universitario
e l'ex terrorista è davvero deludente. Perchè ognuno
di noi credo si porti dietro un mistero che difficilmente poi riusciamo
a risolvere, figuriamoci in un film. E quindi metto al centro del
mio cinema qualcosa di semplice: la mia incapacità di capire
fino in fondo quello che succede agli altri e a me stesso, molte
volte. Per cui con un atto di superbia ma anche di umiltà
io dico sempre che il cinema lo faccio per me stesso. Di solito
parto da una domanda che mi pongo. In questo caso per esempio, nella
Parola amore esiste mi chiedevo che cosa è l'amore, che cosa
sono le nevrosi, perchè io e le persone che sono intorno
a me vivono in maniera nevrotica il problema dell'amore, la loro
vita. E' un atto di superbia perchè fare un film costa, c'è
un grande sforzo di tutti per permettermi di farlo. Ed è
un po' presuntuoso decidere di fare un film per darsi una risposta.
Ma questa è la mia strada. E' quello che sto facendo in questo
momento. Quindi non so se sono svolte. Sicuramente, continuo una
strada confusa, come penso sia la vita un po' di tutti, per capire
qualcosa di me e di quello che sta intorno a me.
Cercone: Quello che mi ha colpito vedendo il suo film,
è che si racconta un caso di nevrosi, senza tentare affatto
di interpretarla. Così direi che non è un film psicanalitico.
Penso a un film di De Seta, Un uomo a metà, dove il
protagonista nevrotico, attraverso un percorso interiore, coglieva
il meccanismo generatore della nevrosi. Nel suo film la nevrosi
invece è un dato di fatto. Non prende in considerazione modelli
culturali, anche al di là della psicanalisi, che la interpretino.
E' stata una scelta, per evitare magari di cadere nel didascalismo,
oppure perchè il malessere di questo personaggio, secondo
lei, non è interpretabile, sfugge alla comprensione?
Penso che ci sia questo dato del mistero, e quindi anche in quel
personaggio lì. Sicuramente mentre curavo quel film mi sono
occupato molto di psicanalisi, soprattutto perchè ho degli
amici che fanno gli psicanalisti e mi diverte parlare con loro,
del loro lavoro. Soprattutto con due di loro, una coppia di cui
lei è una psicanalista di formazione junghiana, lui è
un freudiano. Con loro ho cercato di capire, mi sono sforzato di
capire. Il problema è sforzarsi di capire, non la soluzione.
E' il loro compito e forse è il compito che tutti noi tentiamo
con noi stessi. E forse è anche il compito che può
avere il cinema. Dopodichè, non è detto che ce la
facciamo, non è detto che ce la faccia io soprattutto come
regista. C'è sempre questa idea per cui il regista dovrebbe
dare delle risposte, delle soluzioni. Io ho scelto una strada un
po' diversa, che è quella di non rispondere alla domanda
iniziale con cui comincio a lavorare. Questo alle volte è
frustrante. Lo faccio un po' per onestà, perchè non
so quale sia la soluzione della vita delle persone. Non mi sento
capace di questo. E un po' perchè è una forma democratica
di fare cinema. Il pubblico da solo deciderà quali saranno
le risposte da dare. Cosa ha capito dei personaggi.
Una spettatrice: Come è riuscito a stabile un
contanno con Nanni Moretti per La seconda volta?
In maniera molto semplice. Nei canoni più classici di come
si fa un film. Io avevo scritto la sceneggiatura della Seconda
volta e ho conosciuto Nanni Moretti anni prima. Ho vissuto a
Torino fino a qualche anno fa e sono un frequentatore del Festival
Cinema Giovani di Torino e lì ho incontrato Nanni Moretti
per caso. L'ho aiutato a lavorare a Torino per il suo documentario
La cosa. Poi sono passati quattro anni. Un giorno mi ha telefonato,
mi ha detto. "So che hai scritto una sceneggiatura, che si
chiama La seconda volta. Ti dispiace farmela leggere?" Io gliel'ho
portata, gliel'ho fatta leggere, a lui è piaciuta e ha deciso
di produrre il film.
Quello era il mio primo film; era da due o tre anni che cercavo
di trovare un produttore. Sono stato fortunato a trovare un produttore
come Nanni Moretti, perchè questo ovviamente mi ha permesso
di fare un certo tipo di film, e ho potuto imparare molto da un
personaggio come lui.
Abbiamo cercato di costruire un film da un punto di vista produttivo:
definire i luoghi, i tempi, quello che si fa sempre con un produttore.
Dentro il film c'era descritto il personaggio maschile del professor
Sajevo che aveva intorno ai sessant'anni. Per molto tempo, abbiamo
cercato un attore di quell'età, impegnandoci molto. Io sono
andato in Francia, perchè non lo trovavo in Italia. Lì
avevo visto un attore che mi pareva giusto, solo che era un po'
troppo giovane per questo ruolo. Abbiamo discusso di lui per giorni
con Nanni Moretti. Abbiamo fatto calcoli cervellotici per capire
quanti anni potesse avere: l'ultimo attentato dei terroristi è
stato nel '72....Poi un giorno, io vedevo Nanni Moretti nel suo
ufficio che andava avanti e indietro, ferito dalla vita, dal mondo,
come è fatto lui, e ho pensato che il protagonista potesse
essere lui. Gli ho chiesto se lo voleva interpretare, lui mi ha
detto prima no, poi sì. Cambiava idea tutti i giorni. Io
intanto cercavo altre persone, alla fine mi ha detto: sì,
dato che lo facciamo in famiglia potrei farlo. Ovviamente abbiamo
dovuto cambiare qualcosa per riuscire a fare in modo che quel personaggio
lì potesse c'entrare con la figura di Nanni Moretti, e quindi
è cambiato in quella direzione. Devo dire che la trasformazione
del personaggio scritto per avvicinarlo all'attore è un'operazione
che ho fatto anche per Valeria Bruni Tedeschi dopo averla conosciuta,
e avanti così per tutti i personaggi, anche per il mio ultimo
film. E' diventato uno stile di lavoro. Per anni ho sentito parlare
della scuola americana, degli attori che entrano dentro i personaggi.
Ho pensato che fosse più semplice avvicinare i due mondi
del personaggio scritto e dell'attore che lo deve interpretare.
Una spettatrice: Valeria Bruni Tedeschi ha collaborato
all'invenzione del personaggio, alla stesura delle battute?
Nei titoli della Parola amore esiste c'è scritto:
grazie per la sceneggiatura a Valeria Bruni Tedeschi. Quando scrivevo
il film abbiamo provato a mettere insieme dei dialoghi, dei pezzi
di film. Il film è nato a Parigi, e a cena sentivo ossessivamente
parlare a tavola Valeria e le sue amiche delle loro storie d'amore,
del modo in cui le vivono, di come si fa a incontrare la persona
amata, come si fa a riconoscerla....Infatti il film inizia con tre
amiche a tavola, che parlano di amore. Questo è un esempio
di rapporto fra realtà e finzione. Alcuni dialoghi sono proprio
rubati a lei e alle sue amiche, rispetto ai loro rapporti con la
vita, con lo psicanalista, eccetera. Quindi, è una cosa che
faccio sempre, e che sono disposto a fare con tutti gli attori.
Antonio Medici: Capita spesso negli incontri con i registi
di sentire che i film raccontano storie che interessano i registi.
Mi sembra giusto, ma è anche uno schermo rispetto ai discorsi
che si possono fare intorno a un'opera. Spesso la storia ha un valore
che va al di là di ciò che accade a un personaggio.
Spesso ha un valore tematico. Cerca di rappresentare una condizione
esistenziale, politica, sociale, eccetera. E mi sembra che questo
succeda anche nella Parola amore esiste. Per quanto è
appunto la storia di un personaggio che ha una nevrosi ossessiva,
questo personaggio è circondato da altri che come lei non
trovano una comunicazione sentimentale, o semplicemente una comunicazione,
con gli altri, con il mondo. C'è solo un personaggio che
sembra uscire da questa situazione di crisi ed è il più
giovane, la figlia del maestro di musica, che sembra avere delle
certezze, è molto più determinata del padre. Quello
che il film racconta, attraverso le storie dei personaggi, è
una condizione oggettiva tipica forse dell'Occidente, di malessere,
di crisi. E mi fa pensare a un altro autore italiano come Silvio
Soldini che spesso nei suoi film racconta ugualmente storie di questo
genere, come nell' Aria serena dell'Ovest. Come diceva Gianfranco
Cercone prima, il modo in cui è data questa crisi è
fenomenologico. Devo dire però che mi sembra un po' un limite
non solo di questo film ma in generale dei film italiani che ci
raccontano la società occidentale, spesso non solo italiani,
fermarsi alla constatazione che nella società dell'opulenza,
del benessere, l'anima, lo spirito, la coscienza è malata.
Io non chiedo risposte ai film, ma è chiaro che anche le
domande andrebbero poste a un altro livello....
E' difficile rispondere a questa domanda. Io ho detto prima in che
modo i registi, coloro che fanno il mio lavoro, cercano di raccontare
qualcosa che li riguarda, non in senso autobiografico. Ma qualcosa
che sta con loro o insieme a loro. Cioè alla fine dentro
i film, ci sono i registi e quello che vivono, come lo vivono, con
la loro sensibilità. Secondo me, è difficile pensare
che esista la possibilità di un cinema a tesi. C'è
un'esperienza in Italia che era il famoso cinema politico, che io
non amo, e nel quale cerco di non farmi catalogare. Soprattutto
quando ho fatto La seconda volta uno dei miei tentativi era di impedire
che mi dicessero che avevo fatto del cinema politico. Perchè
è un cinema a tesi. Lì c'è l'intento di dimostrare
qualcosa. Questo c'entra con l'ideologia che ognuno di noi ha, in
positivo; e in negativo, con la propaganda della propria idea. Il
mio tentativo è quello di riuscire, come penso anche Soldini,
a evitare questa possibilità. Per fare qualcosa secondo me
di più onesto: stare dentro il mio film, nel mondo, con i
problemi di tutti, con qualche idea, con qualche intuizione di trasformazione,
di cambiamento, di possibilità che le cose siano in un altro
modo, senza avere grandi certezze. Ma questo non lo trovo negativo.
Proprio perchè, secondo me, il cinema racconta storie individuali.
E gli individui, e io stesso come individuo, son fatto come son
fatto, per quello che dico. Per esempio, oggi non ho una tesi di
fondo su come si risolva il mondo, la vita, la società. Forse
qualche anno fa pensavo di averla, nella mia follia. E allora nel
film bisogna accettarmi per quello che sono, per il mio modo di
raccontare che è il mio e basta, senza sentire assolutamente
il bisogno di dare risposte di nessun genere.
Io penso che ogni essere umano si porti dietro il proprio mistero,
ed è già bello farlo intuire. Nella Parola amore esiste
non ho nessuna pretesa di trovare soluzioni alla crisi della protagonista.
Mentre scrivevo il film speravo molte volte di trovare una soluzione;
mi divertiva che ci fosse una soluzione scientifica, sul perchè
uno sta male. Ma non c'è.
In questo momento ho finito di girare un documentario sulla Fiat.
Sono andato a vedere cosa sono i robot, com'è la gente che
lavora nella fabbrica. Non ho scoperto niente di nuovo, niente che
tutti gli altri non sanno. Ma mi intestardisco a trovare una soluzione.
Forse per capire perchè io sono così fortunato da
avere un lavoro dove ho la possibilità di esprimere la mia
creatività e invece c'è della gente che chissa perchè
è condannata tutta la vita a fare lo stesso gesto all'interno
di una fabbrica. Questa è la domanda di fondo che mi pongo
mentre faccio un film ed è la mia ossessione in realtà.
E quando loro mi parlano della loro vita, ne sono contenti. Anzi,
forse pensano che la mia è buttata alle ortiche.
La tesi può essere questa: si può anche non aver la
pretesa di capire.
Una spettatrice: Io avrei due domande. Una è:
quando lei sceglie gli attori va a teatro, o li sceglie attraverso
gli agenti? La seconda: lei dice che fa dei film dove si pone delle
domande e non si dà delle risposte....
Io le cerco le risposte. In questi due film non le ho trovate.
Ma non ho perso le speranze...
Una spettatrice: Sì, ma lei dice che gli esseri
umani hanno dei problemi che non hanno risposte. Io le chiedo: lei
si fa domande del tipo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?
Dietro alle sue domande, c'è una spinta spirituale?
Cominciamo dagli attori perchè la seconda domanda è
più complicata. Sì, i lavori di preparazione dei miei
film sono molto lunghi. Per cui faccio molti incontri con gli attori,
molti provini. Vado a teatro quando posso e quando ne sono capace.
Non ho un buonissimo rapporto con il teatro, così come non
amo vedere film molto lunghi. Io infatti cerco di girare film brevi,
non arrivo neanche all'ora e mezzo. Semplicemente per carattere,
per insofferenza. Molte volte a teatro sono insofferente, ma cerco
di capire, di seguire. Cerco di informarmi quando scelgo gli attori.
Rispetto alla seconda domanda, spero per me stesso di avere problemi
esistenziali. Spero davvero di averli, anche se non so se li ho.
Una spettatrice: Può parlarci di come ha impiegato
la musica nel suo ultimo film?
Io cerco di aver un buon rapporto con un musicista che mi piace.
In questo caso, si chiama Franco Piersanti, con cui è difficile
lavorare, perchè è una persona che si pone molti problemi,
cerca di dare un buon risultato. E quindi è una persona complicata.
Per me è una questione di sensazioni. Lui mi fa sentire dei
pezzi, io dico se mi piacciono o no, e perchè. In questo
film, avevo deciso di mettere Bach da quando ho iniziato a scriverlo.
L'ho detto a Piersanti, a cui è sembrata una buona idea.
Io ho cominciato a sentire Bach, ho scelto un suo brano degli Assolo
per violoncello. Franco era molto in difficoltà per scrivere
le sue musiche. Poi un giorno è sbottato e mi ha detto: "Certo,
mi metti in un confronto mica facile con Bach". Io continuavo
a dire: voglio qualcosa di molto semplice, che racconti i sentimenti.
Lui mi ha detto, c'è Bach, usa Bach, non scocciare me. Non
è andata così, ma quasi. Ha avuto un momento di crisi
assoluta, che poi ha superato.
Cercone : Come le è nata l'idea di inserire nel
film elementi di commedia, come l'equivoco?
Io ho pensato che era bene non prendersi troppo sul serio sul nostro
star male, esser capaci di leggerezza. Se c'è una cosa che
cerco nei miei film, già nella Seconda volta - ma era più
difficile, perchè il tema non aiutava - è esser capaci
di prendersi un po' in giro anche rispetto alle proprie ossessioni,
alle proprie incapacità, ai propri drammi. Ovviamente, dentro
questo film, ho cercato di renderlo nei personaggi, nel professore
di musica, nella figlia. Anche perchè poi ci credevo a questa
idea che i giovani avessero dentro delle cose positive. Ho pensato
che i ragazzini fossero capaci di dire delle cose semplici e di
dirle in maniera schietta, senza tanti arrovellamenti nella loro
testa. Io ho cercato la leggerezza. Penso che i film migliori sono
quelli capaci di darti qualcosa di profondo insieme alla leggerezza
della vita.
Uno spettatore: Può parlarci dei suoi prossimi
progetti? Prima diceva di un documentario che sta ultimando. Ma
ha in mente anche un nuovo film di finzione?
Sì, sto scrivendo un film di finzione. Molte volte trovo
che nella finzione ci sia più realtà, più verità
che nel documentario. Ti capita di andare in giro, di trovare persone
che raccontano loro stesse, che raccontano in effetti molte bugie.
Delle volte, forse un regista ha la capacità di vedere una
verità dietro qualcosa che una persona ti sta raccontando,
e poi ricostruirla dopo. A volte mi rendo conto che la realtà
è insoddisfacente, non ti dice niente di vero, e forse quella
verità lì si trova nei film di finzione. In questi
giorni, mentre ero alla Fiat mi sono ricordato della catena di montaggio
frenetica del film di Charlie Chaplin. In realtà la catena
di montaggio è molto lenta. Ma il genio di Chaplin è
stato quello di caratterizzarla attraverso quei movimenti lì.
Gli operai, in effetti, non si muovono con quella velocità.
Però il cinema di finzione è stato più capace
di rappresentare quel mondo di centinaia di documentari che lo fanno
vedere realmente. Nessuno di noi sa cosa sono la realtà o
la verità. Siamo noi che in continuazione nel nostro immaginario
ce la costruiamo. Allora, fare documentari mi serve, in primo luogo
per punirmi di avere avuto il lusso di fare film nel grande mondo
del cinema...E poi per riflettere sul rapporto tra realtà
e finzione. Per esempio, io dico che faccio cinema perchè
sono alla disperata ricerca di una verità e poi nel film
stesso, per esempio in quella battuta: "Lei nasconde le proprie
nevrosi dietro la parola amore", la dico, ma poi so che non
serve a niente. Anche quando si trova una verità, non è
detto che questo risolva qualcosa.
Medici: Vorrei chiederti dei tuoi esordi. Io non credo
che fare documentari sia una punizione. In Italia, purtroppo, si
fanno pochi documentari e sono poco visibili. Invece è un
tipo di produzione, un tipo di lavoro con il linguaggio audiovisivo
che negli altri paesi europei gode di più rispetto, ha maggiore
diffusione. Come sei arrivato a girare documentari? E poi, vorrei
sapere se hai degli autori di riferimento sia per il documentario
che per la fiction.
Per quanto riguarda il cinema, il regista che mi piace di più
in assoluto è Rossellini. Quando andavo all'Università,
che non ho finito, e facevo appunto il corso di storia del cinema,
a Torino, con il professor Rondolino, ho avuto questa grande fortuna,
di poter vedere la maggior parte dei film di Rossellini, e molti
film della nouvelle vague francese - quindi Truffaut, eccetera -
che sono la continuità del cinema di Rossellini. Quello è
il cinema che mi piace di più. Rossellini mi piace molto
per la semplicità con cui affronta i grandi temi, perchè
per me la semplicità è un punto d'arrivo. La mia speranza,
quando faccio un film, è fare un film semplice. E questo
ci provo a farlo in continuazione, quando giro, quando scrivo, eccetera.
Per esempio, molte volte quando vado sul set la mattina, provo con
gli attori, e poi cerco sempre un punto di vista da cui girare la
scena, per tutta la giornata. Senza lavorarci troppo all'interno,
senza troppi tagli. Cerco di esser più pulito e più
semplice possibile. E penso che Rossellini sia stato il più
grande di tutti da questo punto di vista. Gli invidio la grande
essenzialità e la grande moralità. Io penso che il
cinema abbia a che fare con la moralità. Quello che racconto,
che metto sullo schermo, deve fare i conti con la mia moralità,
con il modo in cui vedo la vita. Ad esempio, nell'uccisione di Paisà,
quando il partigiano viene impiccato, Rossellini è lontanissimo.
Fa vedere la morte da questa distanza enorme, per pudore. Questa
distanza, questo pudore mi colpisce, mi commuove.
Tutta la nouvelle vague mi piace perchè mentre noi in Italia
pensavamo di fare la rivoluzione, loro già si occupavano
di sentimenti. Il loro cinema metteva al centro i sentimenti. Godard,
che è un regista enorme, che si occupa di teoria, ha fatto
Fino all'ultimo respiro che è una grandissima storia d'amore,
secondo me.
Ecco dunque i miei punti di riferimento: semplicità, moralità,
sentimenti.
Cercone: Ho una curiosità. La parola amore
esiste è un titolo molto bello, ma misterioso, che si
presta a molte interpretazioni. L'interpretazione sua qual è?
Come lo ha scelto?
L'ho scelto perchè ho aperto un giorno un libro della Duras,
Se tu, il suo ultimo libro, e c'era scritto: "La parola amore
esiste". I francesi l'hanno fatto uscire con un altro titolo,
perchè non gli piaceva. L'ho scelto perchè è
ambiguo. Perchè potrebbe essere un grido di dolore. Ha qualcosa
di ineluttabile: esiste la parola, e dobbiamo fare i conti con quel
problema.
Roberto Parpaglioni: Immaginando le sorti, il destino
di una qualunque arte, viene da pensare spesso al meccanismo del
respiro: ci sono fasi alte e fasi basse. Vorrei farle due domande.
Non le pare che in Italia al momento della fase bassa, cioè
quella di non grande creatività, si sviluppi troppo una fase
istruttoria, dove cioè si va alla ricerca di un colpevole?
Probabilmente oggi stiamo vivendo una di queste fasi basse, almeno
a sentire critici e storici del cinema. Che effetto fa sentirsi
parte integrante, produttiva e creativa, nell'ambito di una fase
bassa?
Si sta male a vivere in una fase "bassa". Ma le crisi
devono essere accettate. Il cinema inglese ha avuto dieci anni di
crisi, che gli hanno permesso poi di uscirne. Quando c'era la Thatcher
i registi inglesi non riuscivano a fare film. Ma ne sono usciti
brillantemente. Io penso che le crisi bisogna accettarle, viverle;
avere il coraggio di starci dentro per poi poterne uscire. Mentre
noi in Italia, devo dire, facciamo di tutto per impedirci di vivere
la crisi. Noi abbiamo un cinema che è fortemente assistito,
questa è la verità. Siamo stati fortunati. Abbiamo
avuto un ministro come Veltroni che è un vero appassionato
di cinema, e come tutti gli innamorati fa grandi errori. Ci sono
stati forti finanziamenti al cinema italiano nell'ultimo anno, e
questo ci fa rinviare ancora per un po' la nostra crisi vera. Perchè
le crisi fanno bene. Bisogna lavorare per uscirne, bisogna capire,
bisogna sforzarsi. E quindi stare nelle fasi basse, insomma, è
eccitante come stare nelle fasi alte. In questo lavoro c'è
sempre un momento euforico e un momento di crisi. Ultimamente ho
fatto un'intervista a Riccardo Freda, un regista degli anni Cinquanta
italiano, molto famoso allora, che ha fatto tutti i film di cappa
e spada e di avventura: molto famoso, molto ricco, e oggi completamente
solo e dimenticato. Quindi quella che sembrava una fase alta nella
sua vita, nella sua storia cinematografica, si è rivelata
una fase bassa: lui che odiava Rossellini, pensava che il suo cinema
facesse schifo perchè non raccontava niente, oggi, a ottant'anni,
non capisce perchè di lui non si occupi più nessuno,
mentre Roberto Rossellini, che faceva film che nessuno andava più
a vedere, è passato alla storia del cinema e tutti si occupano
di lui. Quello che mi sembra di aver capito intervistandolo, è
che il rischio, ma anche il bello di questo lavoro è che
è fatto da uomini soli. Il regista è un uomo solo
che insieme ai suoi film vaga alla ricerca di qualcuno con cui aver
rapporto: possono essere grandi masse dentro i cinema, o piccoli
gruppi di persone, o due critici che se lo ricordano, o non so chi.
Una spettatrice: Prima hai fatto un'osservazione sul
fatto che nel tuo film i giovani sono quelli che portano la speranza,
la vivacità. Per me giovinezza vuol dire mantenere una capacità
autocritica. E quindi il giovane può essere anche una persona
di ottant'anni.
No, non penso che i giovani siano migliori degli altri. Dentro
il film, ho cercato di passare a loro la mia aspirazione massima:
avere un linguaggio semplice, schietto, diretto. Per cui, quando
uno dice la parola: ti amo, sa quello dice ed è capace a
dirlo. Nel film, cerco di pensare che i giovani possono avere questa
possibilità. Possono evitare, ad esempio, quel rapporto fra
l'allieva e l'insegnante, per cui l'allieva deve essere sempre sedotta
dall'insegnante: è un luogo comune, anche se verosimile con
un attore come Fabrizio Bentivoglio. I giovani sono persone che
hanno potenzialmente la capacità di essere più semplici,
più immediati, più diretti di tutti gli altri. Forse
poi non ce la fanno ad esserlo per mille motivi. Però quella
potenzialità c'è; e io la amo e per questo la metto
dentro il film come speranza. Ecco: la metto nei giovani perchè
la metto come speranza. La speranza di arrivare a questa possibile
semplicità nei rapporti fra le persone.
Cercone: Lei sfiorava un tema interessante: la questione
dell'assistenza economica statale nei confronti del cinema italiano.
Volevo chiederle: una delle proposte che ricorrono contro la crisi
del cinema italiano è la possibilità di un cinema
europeo. Cioè di creare strutture produttive e distributive
non soltanto nazionali. La difesa generale dell'assistenzialismo
statale al cinema non le pare che non induca alla ricerca di un
mercato internazionale?
Io penso che lo Stato debba aiutare la cultura e quindi anche il
cinema, i film difficili. Poi, però, per poter fare i film
non si può che passare attraverso lo Stato. E quindi nessuno
comincia a pensare come trovare finanziamenti in altri modi. Uno
dei mezzi, per me, di fare film è la possibilità di
trovare soldi all'estero, perchè per fortuna La seconda volta
è andato bene in Francia e quindi i francesi fanno volentieri
film insieme a me. Ma sono un caso. Per cui ho la possibilità
di fare un film, e uscire in Italia, in Francia, in Germania. Questo
non è possibile per tutti. Ma sono convinto che il problema
non sia l'Europa, basterebbe solo un po' di buon senso. Per esempio,
capire quanti film si possono produrre, quante sale ci sono per
farli vedere, quanti di noi hanno la possibilità di esistere
in maniera almeno un pochino competitiva con la propria forza. Bisogna
fare film che costano poco per poter esistere. Per tornare agli
inizi, quando non avevo le produzioni, cercavo di lavorare a bassissimo
costo, magari usando il video al posto della pellicola. Oggi non
lo farei più, mi piace di più il risultato della pellicola.
Ho cercato di trovare soluzioni per fare quello che chiamo il mio
cinema. Questo è quello che chiedo a tutti i registi. E questo
si fa confrontandosi con le leggi dello Stato italiano. Io penso,
sì, che bisogna cominciare a pensare a un'idea di finanziamenti
europei, a cercare soldi fuori dall'Italia. Noi continuiamo a pensare
di non essere capiti, di non essere all'altezza. Io invece mi accorgo
che c'è una ricerca in tutta Europa dei nostri film. La gente
vuole andare a vederli. C'è bisogno di fare film che funzionino,
che vadano bene. Però c'è sempre un grande interesse
nei confronti del cinema italiano. Moretti oggi forse in Francia
è più importante dei loro autori. Oggi 4-5 film italiani
escono in Germania, mentre quelli tedeschi non arrivano in Italia,
perchè fanno grandi commedie, di cui lì tutti ridono,
ma che non interessano uno spettatore europeo. Agli italiani chiedono
qualcosa di molto particolare, fuori dall'Italia. Qualcosa di importante,
di interessante. Questo mi sconvolge. In Italia quando si dice la
parola "autore" - io stesso non la uso per me stesso quasi
per vigliaccheria - sembra che ti spingano fuori del cinema. In
Europa è quello che ti permette di essere al centro dell'attenzione.
Ma il problema penso sia culturale. Il cinema in Francia è
importante prima di qualsiasi altra cosa. In Italia non è
più così, per mille motivi, ma non è più
così.
Uno spettatore: Quello che mi ha colpito nei suoi film
è la sicurezza nel raccontare. Lei ha citato Rossellini ma
forse sarebbe più opportuno citare De Sica...
Magari...
Uno spettatore: Perchè ha una capacità
narrativa che secondo me per il momento ha solo Martone. Da cosa
le deriva, dall'abilità nello scrivere la sceneggiatura?
Io tengo molto alla sceneggiatura. Scrivo insieme a una ragazza
tedesca che si chiama Heidrun Schleef e a Francesco Bruni. Poi magari
mentre giro cambio, taglio dialoghi, faccio molte trasformazioni.
Ma voglio arrivare sempre a iniziare il film con una sceneggiatura
che mi piace. Quindi lavoro molto alle parole, ai dialoghi. Mi occupo
della sceneggiatura quotidianamente. In questo periodo sto scrivendo
una sceneggiatura e tutti i giorni mi incontro con gli sceneggiatori.
Me ne occupo personalmente. Non so se nasce da lì la capacità
narrativa.
Forse nasce anche dal tipo di rapporto che ho con gli attori, con
la storia che sto raccontando. Per esempio, cerco sempre di lavorare
in posti che conosco molto bene. Abito a Roma da quattro-cinque
anni, e ho ambientato le scene nei posti che frequento abitualmente:
Colle Oppio, piazza Vittorio...Faccio qualcosa di molto domestico,
che fa parte della mia vita, forse per metterci qualcosa che è
vivo e che conosco. Forse nasce da questo la capacità di
raccontare più che da grandi cose.
Uno spettatore: Io la paragonavo a De Sica per il discorso
del pedinamento del personaggio....
L'idea del pedinamento del personaggio nasce da Zavattini. Di Zavattini
c'è una cosa che mi ricordo sempre quando faccio un film:
lui diceva che i registi hanno smesso di essere bravi, da quando
non hanno più preso l'autobus. Rohmer obbliga tutti ad andare
sui set con la metropolitana, a Parigi. Dagli attori principali
fino a lui. Non so se è vero, forse è una leggenda.
Ma penso che un po' di verità ci sia. Mi ha sempre colpito
questa affermazione di Zavattini: perchè poi quando si comincia
a scrivere un film ci si chiude a casa con il proprio computer.
E veramente si perde questo rapporto con la realtà. Prima
dicevo: faccio i documentari per punirmi; ma anche per uscire di
casa. E per fare qualcosa di molto imbarazzante, che è intervistare
la gente; e farsi raccontare dagli altri la loro vita. Io mi vergogno
tutte le volte che intervisto qualcuno.
Una spettatrice: E' chiaro che quando un autore parla,
parla di quello che fa, di quello che produce. Però, in effetti,
a me incuriosisce anche sapere chi è la persona che crea
questi film. Vorrei conoscere il suo rapporto con Roma, essendo
lei cresciuto a Torino; il suo rapporto con l'amore, con la famiglia...
Io sono nato in Calabria e poi sono andato a vivere a Torino perchè
mio padre è emigrato per lavorare alla Fiat, e sono venuto
qua a Roma per poter fare il cinema. Per me Roma è la città
della vacanza, mentre Torino è la città dell'impegno.
Perchè è una citta severa, ma anche molto divertente.
Si pensa a Torino come a una città nebbiosa e invece la nebbia
non esiste più. Gianni Amelio, per poter fare il suo ultimo
film, ha dovuto usare un'enorme quantità di macchine da fumo
per riuscire a riprodurla, perchè non c'è più
la nebbia a Torino da molti anni. Torino è una città
piena di locali molto belli, dove si può ascoltare della
musica, dove è possibile divertirsi la sera. E si pensa che
è una città dove si lavora e basta. Quanto torno a
Torino sento di tornare a casa e nel luogo dell'impegno. Per me
Roma è la città del cinema e quindi quasi quella che
mi fa divertire. C'è una cosa che mi piace moltissimo di
Roma, che negli anni ho cominciato ad apprezzare anche se all'inizio
mi dava fastidio, perchè mi sembrava che non si potesse lavorare
in una città così: se a Torino uno si sveglia la mattina,
scende sotto casa, e scopre che non funziona la macchina, sembra
che il mondo debba crollare da un momento all'altro. A Roma anche
se la macchina non funziona, si può andare avanti. E questo
lo trovo bello perchè mi dà speranza sulla difficoltà
del vivere. A Roma mi hanno rubato la macchina due volte, per questo
l'ho messo dentro il film La parola amore esiste. Ma in fondo mi
è servito per fare il film, ci ho scritto sopra. A Torino
se un giorno ti rubano la macchina sei rovinato. Forse cambierà
il corso della tua vita in modo definitivo.
Una delle mie caratteristiche rispetto al mondo del cinema, è
di non essere nato
da un ambiente borghese. Sono molto pochi i registi che non crescono
in ambiente borghese. E questo mi porta ad avere molta paura nei
confronti del baraccone del cinema. Che era un po' distante dalla
mia cultura, dal mio modo di vivere, prima di cominciare appunto
a fare il mio primo film.
Beninteso: non è un merito o un demerito non nascere in un
ambiente borghese. Non volevo essere razzista.
Uno spettatore: Perchè ha deciso di interpretare
il ruolo dell'analista, e che rapporto ha con la psicanalisi?
Della psicanalisi non penso né bene né male. Penso
che sia uno strumento che molte volte serve per aiutare le persone.
Però non riesco a vedere nella psicanalisi la soluzione dei
problemi, così come non riesco a vederla in tante altre cose
e quindi un po' ci credo e un po' non ci credo. Mi piaceva l'idea
di non prenderla troppo sul serio. Così come non mi piace
prendere troppo sul serio tutto quello che sembra una soluzione.
Ho interpretato lo psicanalista semplicemente perchè lo psicanalista
lo vedevo un po' come un intervistatore dentro il film. Era il personaggio
che poteva permettere alla protagonista di raccontare la propria
nevrosi. Dato che ho fatto dei documentari, l'idea di poter riprodurre
l'intervista mi divertiva e mi piaceva. Non ultimo perchè
quella scena era insieme a Valeria Bruni Tedeschi, lei è
molto brava, e quindi mi sentivo aiutato. E poi perchè è
stato un modo per me di stare dentro il film sempre. Fa parte della
mia mania di controllare tutto, di stare attento alla produzione,
alla scrittura, alle riprese, al montaggio. E quindi anche in quel
momento della recitazione mi piaceva in qualche modo esserci insieme
a tutti gli altri. Soprattutto era un personaggio un po' antipatico
quello psicanalista. Anche questa idea dell'antipatia mi piaceva
molto.
Cercone: Lei prima parlava di soluzione della crisi.
Un aspetto che mi ha incuriosito di questo film è che in
effetti una soluzione della crisi c'è, ed è di tipo
provvidenziale. Il caso fa reincontrare la ragazza nevrotica e il
maestro di musica di cui è innamorata, tramite il deus ex
machina di una automobile in panne. Perchè è ricorso
a questo tipo di soluzione?
La ragazza ha le proprie ossessioni. Ha una specie di sua scienza
occulta per decidere la scelte da fare. Per questo è folle.
Ma alla fine il caso le dà ragione: aveva ragione lei. Bisognava
innamorarsi di quell'uomo. La sua follia era giusta, aveva visto
bene. Forse, semplicemente, perchè l'uomo che aveva incontrato
era bello, simpatico e intelligente.
(L'incontro si è svolto presso la libreria Bibli di Roma
nel dicembre 1998).
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