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Incontro con Marco Bellocchio
Da: CINEMASESSANTA,
n° 1 - 1997
Bruno Torri: La filmografia di Bellocchio è
molto nota e apprezzata, possiamo quindi ripercorrere con molta
rapidità il suo itinerario creativo. Bellocchio diventa famoso
nel 1965, quando uscì il suo primo film I pugni in tasca.
Fu subito scandalo, consenso critico, discussione. I pugni in
tasca era un film realizzato da un giovane di venticinque anni
- che veniva dal Centro Sperimentale di Cinematografia, dove aveva
già realizzato dei cortometraggi - prodotto sostanzialmente
da solo, in modo un po' avventuroso. Era un film estremo e radicale,
ferocemente critico verso le istituzioni borghesi e in primo luogo
verso l'istituzione delle istituzioni, la famiglia. Nello stesso
tempo si inscriveva in un movimento internazionale che era maturato
a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, che dava frutti molto
importanti e va sotto il nome di Nuovo Cinema. Sotto questo profilo
I pugni in tasca non era un film totalmente isolato ma in
qualche modo si poteva affiancare ai film che facevano in Brasile
i registi del Cinema Novo, in Francia i registi della Nouvelle Vague,
in Italia registi come Bertolucci che aveva esordito tre anni prima,
Pasolini e Ferreri, che insieme a Bellocchio sono gli esponenti
di punta di quello che allora si chiamava il nuovo cinema. Dopo
I pugni in tasca, Bellocchio realizza La Cina è
vicina, una commedia satirica su un certo modo di fare politica
che era vigente allora. Era un film che aveva il merito di raccogliere
e preannunciare tutta una serie di fermenti, umori, tensioni, che
poi sarebbero esplosi l’anno successivo, il '68, sul terreno
sociale e politico, con tutto quello che questo anno cruciale ha
significato. Il '68 ha lasciato un segno anche su Marco Bellocchio,
lo ha ideologizzato e politicizzato ancora di più. Bellocchio
è diventato un regista militante, in senso politico e ha
fatto appunto dei film di militanza politica, film marginali come
Paola. Successivamente, con Nel nome del padre, egli
ritorna sul mercato cinematografico, con una metafora sull'istituzione
totale, in questo caso il seminario. Poi insieme ad Agosti, Rulli
e Petraglia realizza Matti da slegare, un'esperienza molto
rara per quell'epoca, un documentario che ha anche il carattere
del cinema verità, con l'obiettivo molto avanzato, corretto,
di dare la parola a chi abitualmente non ce la ha, ai cosiddetti
malati di mente. Poi c'è un'ulteriore svolta nel cinema di
Bellocchio, quando inizia il suo sodalizio con lo psicanalista Massimo
Fagioli, realizzando una serie di film, tra cui ne voglio ricordare
due in particolare: Salto nel vuoto e Gli occhi e la bocca.
Rappresentano una sorta di fenomenologia dell'orrore borghese, ma
ora non visto più soltanto con uno spirito di denuncia, beffardo,
con la volontà di dissacrare, di distruggere, ma anche, almeno
a mio avviso, con già un filtro di comprensione e di pietà
verso questo mondo, questi personaggi che rappresenta. In seguito,
Bellocchio si apre ad altre esperienze, tra cui quelle di riportare
sullo schermo testi teatrali, come Il gabbiano di Cechov
e l'Enrico IV di Pirandello. Siamo già alla fine degli
anni '70, ci inoltriamo negli anni '80 e '90 e abbiamo dei film
che sono totalmente diversi l'uno dall'altro. Ricordo Il diavolo
in corpo, La condanna, Il sogno della farfalla,
sono tutti film in cui si manifesta ancora il sodalizio con Massimo
Fagioli.
La filmografia di Marco Bellocchio appare caratterizzata da un continuo
spirito di ricerca, di apertura al nuovo, di scommessa, sia tematica
che espressiva e quindi anche stilistica; e in secondo luogo da
una continua insoddisfazione, un incessante mettersi in discussione
e confrontarsi con il mutare della realtà, a cui corrispondono
continui mutamenti di se stesso, del suo modo di fare cinema. Insomma,
Bellocchio è stato e continua ad essere – il suo ultimo
film, Il principe di Homburg, ne è una prova, - un
non riconciliato.
Ti pongo subito una domanda, duplice, che si lega con il tuo esordio
e con il tuo ultimo film. I pugni in tasca si inscriveva
in un certo modo, in quello che allora veniva definito il nuovo
cinema. Vorrei sapere se tu ti sentivi, allora, partecipe e sodale
di quel movimento cinematografico, e trasferendoci ad oggi, in che
rapporto ti senti con il cinema italiano, che mi sembra caratterizzato
da un eccesso di monadismo?
Marco Bellocchio: Ero un isolato, venivo dalla provincia,
ma avevo frequentato il Centro Sperimentale, e in qualche modo mi
stavo romanizzando. Per me veniva prima di tutto il cinema degli
italiani, il cinema dei classici. Il mio rapporto con la Nouvelle
Vague, che era di alcuni anni prima, era di distanza, di ammirazione,
ma non di integrazione. Ero amico di quel gruppo di brasiliani che
frequentava il Centro Sperimentale, conoscevo Glauber Rocha e gli
altri, quindi c’era un rapporto diverso con il Cinema Novo
brasiliano. Il mio primo film, I pugni in tasca, è
molto violento più per i contenuti che per la forma - come
mi fu rimproverato anche da Godard -anche se ha una sua forma piuttosto
elaborata, in cui ha avuto un ruolo importante il montatore Silvano
Agosti, che era con me al Centro Sperimentale. Ma i contenuti, l'espressione
diretta e pura di certi affetti, soprattutto la rabbia, prevalgono
sulla ricerca della forma. In realtà, insieme a I pugni
in tasca, c'erano tante altre opere, che non hanno preparato,
ma hanno visto prima il '68, e questo è tipico dell'occhio
dell'artista che spesso intuisce ed anticipa cose che nella politica
vengono dopo. Rispetto al presente, ci sono filoni di successo che
vengono rincorsi in modo un po'da pecoroni, da tanti registi italiani.
Domina la rivisitazione ulteriore della commedia, ma ci sono una
serie di autori che cercano strade diverse, in maniera abbastanza
isolata. C'è ammirazione da parte mia verso Soldini, Martone,
però ognuno fa la sua strada. Nel periodo del neorealismo
almeno la politica univa gli autori, adesso neanche quella.
Torri: Il principe di Homburg tratto da
Von Kleist, dramma teatrale molto famoso, è a mio avviso
l'opera migliore, più compiuta e avanzata del cinema italiano
realizzato a cavallo tra il '96 e il '97. Credo che la spinta che
ti ha portato al testo di Von Kleist sia soprattutto data dal protagonista,
eroe romantico che va fino in fondo e che ubbidisce soltanto ai
propri impulsi, alla propria coscienza. Però è molto
umano, ha anche lui paura, cerca di salvarsi. Poi, appunto per un
estremo atto di coerenza, il protagonista sceglie la morte. Il finale
del film è però volutamente ambiguo, figurativamente
molto bello e coinvolgente, ma lascia un interrogativo sulla sua
morte. Il conflitto messo in scena nel film fa pensare, in una certa
misura, all’Antigone di Sofocle: Antigone aveva ragione,
si stava dalla sua parte, però anche le ragioni di Creonte
avevano un senso e un peso. Il conflitto nasceva dal confronto dell'etica
della responsabilità con l'etica dei principî. Antigone
e il principe di Homburg sono l'etica dei principî, ubbidiscono
soltanto ai propri imperativi morali e alla propria coscienza. Dall'altra
parte c’è il principio di realtà, di responsabilità,
necessario per il funzionamento della macchina dello Stato.
Bellocchio: Questa contrapposizione tra le ragioni del
cuore e le ragioni dello Stato può essere solo dissolta e
fusa nella bellezza, nell'arte, perché altrimenti è
qualcosa a cui non si può dare una risposta, dato che sono
due categorie diverse. In qualche modo ha ragione anche il Principe
Elettore nell'essere formalmente così ineccepibile. Dal punto
di vista dei percorsi del cuore, la sua condanna è terribile,
azzera l'impeto passionale del giovane principe, il quale si muove
soprattutto guidato dalla propria passione, che è il sentimento
verso la donna, che è anche una sensibilità di tipo
artistico. Non dimentichiamo la sua capacità di trasfigurare
la realtà quando racconta il sogno. Questo è un dilemma
su cui si può prendere posizione, nel senso di simpatizzare
per il giovane principe, però non si può non negare
che in questa società un certo ordine, si sa, è necessario.
Torri: A proposito del tema del sonnambulismo,
- che mi sembra anche riecheggiare motivi freudiani - quanto c'era
nel testo originario, e quanto ci hai messo tu nel film?
Bellocchio: Il sonnambulismo è proprio quella zona
di luce e di ombra - in cui io sono rimasto sostanzialmente fedele
a Kleist - che mi permetteva di vivere il momento sogno-veglia,
come quel momento magico in cui l'essere è più libero
di rappresentarsi. Non credo infatti che l'arte sia una trascrizione
fedele, dei sogni, perché se no sarebbe facile fare gli artisti.
L'arte è trasfigurazione di qualcosa che ha a che fare con
l'inconscio, ma non in presa diretta con il sogno. Il primo incontro
con il testo di Von Kleist è stato la messa in scena teatrale
di Gabriele Lavia. Questa rappresentazione dell'eroe sonnambulo,
che vede, parla però dorme, ha costituito un messaggio che
mi è arrivato, da parte di un artista del primo Ottocento,
in modo quasi miracoloso, per la mia sensibilità.
Argentieri: Questo è l'elemento, mi è
parso, che più ti ha attratto.
Bellocchio: Sì! Questo elemento mi ha attratto,
perché in un testo ci sono alcune immagini che sono momenti
chiave, e allora dici mi piacerebbe farlo.
Torri: Tu hai avuto precedenti esperienze con
testi teatrali, tra l'altro avevi studiato anche come attore, e
hai fatto anche l'attore un paio di volte. Come hai trasferito nel
tuo modo di fare cinema il rapporto con il teatro?
Bellocchio: Ho sempre cercato di trovare delle immagini,
di fare cinema, individuando in quei testi contenuti e possibilità
cinematografiche. L'ho fatto non puntando su una negazione del testo,
ma cercando di individuare nella sua drammaturgia più interna
le possibilità cinematografiche. In questo senso il linguaggio
di tutti e tre i film che ho tratto da testi teatrali, pur essendo
molto diverso, è un linguaggio apparentemente abbastanza
semplice, classico. Perché il cinema ho cercato di coglierlo,
di strapparlo, di rigenerarlo senza negare il testo originario.
Argentieri: Questa tua sfida nel trovare elementi
cinematografici in testi teatrali, su cui non intervieni in maniera
pesante, nasce da una tua esigenza, oppure è determinata
da una condizione produttiva che poteva spingere in quella direzione,
coem la televisione? Ricordo fra l’altro, una versione televisiva
di L'uomo dal fiore in bocca, da Pirandello, bellissima,
straordinaria, con un Michele Placido che ha dato forse la cosa
migliore che abbia fatto finora.
Bellocchio:Nel nostro lavoro, non si ha mai il tempo che
si desidererebbe, quindi ci si deve sempre un po'adeguare. Ma anche
quando ci sono delle commissioni, si fanno sempre delle scelte che
nascono dal cuore. Magari non riesci a fare ciò che desideri
nel momento in cui vorresti farlo. Ricordo che, per Il gabbiano,
mi è capitata l'occasione, e l'ho realizzato perché
desideravo farlo! L'Enrico IV, è quello che mi ha
creato più problemi, proprio per il testo. In seguito, ho
capito che, forse, essendo il testo di Pirandello così estremamente
letterario, pur geniale, aveva bisogno di un'ulteriore elaborazione.
Lo stesso discorso vale anche per Il principe di Homburg,
in cui c'erano dei contenuti, dei movimenti passionali che mi riguardavano.
In più c'è da dire questo: che, guardando indietro,
a queste grandi opere classiche, è chiaro che possono anche
aspettare. A me piacerebbe molto realizzare una trasposizione cinematografica
di Macbeth, o di Otello, ma posso aspettare, sono
opere immortali che non invecchiano. Per i capolavori, non c'è
l'ansia di farli oggi o mai più.
Medici: volevo proporti una lettura abbastanza
personale de Il Principe di Homburg. Il film è uscito
quasi in contemporanea con il dibattito sull'indulto e sulla chiusura
di quella legislazione dell'emergenza che, ormai da più di
un decennio, colpisce la generazione che si era ribellata, nel conflitto
degli anni '70, alla legge dello Stato. C'è una relazione
tra la ribellione di Homburg alla legge del padre e dello Stato,
soprattutto quando non accetta la grazia che gli salverebbe la vita,
perché concessa solo se lui ammettesse la sua colpa, e quanto
è stato richiesto alla generazione che aveva abbracciato
la lotta armata, dei confessare cioè la propria colpa e il
proprio errore per poter essere perdonati? Il principe non ci sta,
mi sembra, non accetta questo tipo di ragionamento, ribellandosi
quindi una seconda volta...
Bellocchio: Lui accetta! Però, non accetta nel senso
del pentitismo.
Medici: Non accetta in questo senso. Il film
mi ha fatto pensare, oltre che a coloro che non hanno accettato
questi termini, e quindi sono rimasti in galera, a quell'altra grande
parte, di questa generazione, che ha accettato di pentirsi, riconoscendo
la necessità e la legittimità di quell'ordine che
avevano combattuto, e di cui adesso fanno parte spesso come classe
dirigente. Volevo sapere se tutto questo entra nella riflessione
che propone il film, nella tua intenzionalità d'autore.
Bellocchio: E'una domanda molto complessa. Non voglio fare
l'ingenuo, ma nel mettere in pratica questo mio desiderio di realizzare
Il principe di Homburg non mi sono posto lucidamente, o razionalmente,
questo tipo di problemi. Però quello che tu dici ha una sua
attinenza successiva. Io che sono stato per un certo periodo un
rivoluzionario, non solo adesso ma anche allora ho fatto una scelta
diversa da chi ha preso in mano le armi. Questo non è da
poco, poiché credo che quella fosse una scelta sbagliata.
Paragonare Homburg a loro, quindi, in qualche modo mi pone in una
posizione di diversità. Non sono dalla parte del Principe
Elettore, non sono dalla parte dei pentiti, ma non sono neanche
dalla parte di coloro che si chiamavano, un tempo, gli irriducibili.
Perché quando uccidevano, anche allora pensavo che avessero
torto. Che fosse una strada sbagliata. Semmai, in un recente dibattito,
mi ha colpito un intervento, a cui non avevo pensato di riportare
l'avventura di Homburg, cioè alla sconfitta del '68. In modo
più semplice, Homburg è come il rivoluzionario del
'68, che per un difetto di fantasia e di resistenza, per una incapacità
di un rifiuto più astuto, diventa vittima del padre e si
deve arrendere alla sua legge. In questo senso, vale il riferimento
a tanti eroi del '68 che mi sono personalmente più simpatici
di quegli altri che sono venuti dopo, i quali hanno razionalmente,
lucidamente, astrattamente, follemente messo in pratica principi
che in sé potevano essere giusti. Gli eroi del '68 possono
assomigliare, nella loro sconfitta rispetto al padre, al principe
di Homburg.
Medici: Anche nella loro integrazione?
Bellocchio:Il discorso dell’integrazione è
qualcosa che io altrettanto non condivido. Non credo di far parte
neanche di quella schiera che non elaborando, potremmo dire psicanaliticamente,
il passato , ha traslocato in maniera piuttosto cinica e ad occhi
chiusi dalla parte del vincitore. Alcuni sicuramente in buonissima
fede, altri meno. Però di fatto è stato così.
La tragedia del marxismo, del comunismo, da moltissimi è
stata completamente annullata, rimossa. Ma, secondo, me è
qualcosa che riemergerà, e riemergerà, e riemergerà.
C’è ancora tempo.
Cercone: Non si potrebbe vedere in Homburg la
sconfitta di un tipo di disobbedienza che neghi il valore della
legge, e un recupero quindi della necessità della legge?
Una disobbedienza che non tenga conto della necessità di
una nuova legge contro quella antica. Penso, ad esempio, ad una
lettera di Pasolini, una delle Lettere Luterane, in cui egli
contrapponeva al valore della disobbedienza il valore di una nuova
obbedienza, cioè di un'obbedienza a valori nuovi. Non c'è
un po'questa esigenza nel fondo della vicenda di Homburg?
Bellocchio: Rispetto al discorso della disubbidienza e
dell'ubbidienza, per me come uomo e come persona che cerca di costruire
immagini, la mia stella polare sono sempre i sentimenti. In Homburg
è molto chiaro, il principe disubbidisce ad una legge perché
risponde a una pulsione del cuore. Semmai si potrebbe cercare di
decifrare in che cosa consiste questa pulsione, dato che in essa
c'è un movimento di incontinenza autolesionistica. Nel senso
che l'eroe, come dicevo prima, deve essere capace di non sottovalutare
l'avversario, di intuire che il legislatore, il re, il padre potrebbe,
per una piccola disattenzione di questo tipo, scatenare una reazione
fortemente distruttiva.
Vicari: Per me Il Principe di Homburg
è un grande salto di qualità che l'autore ha fatto,
e lo schematizzo in questo modo, consapevolmente: l'ho vissuto come
il passaggio dal dramma borghese alla tragedia. Homburg è
una tragedia in quanto tale è già interessante, poiché
la tragedia radicalizza certi rapporti che hanno i personaggi, li
porta alle estreme conseguenze. Conseguenze che pretendono di essere
generali. In qualche modo Homburg ci fa discutere così
tanto perché è un film che riguarda qualcosa di più
che l'esperienza individuale di chi lo ha fatto, qualcosa di più
che l'esperienza individuale di chi lo guarda. Ci fa discutere perché
inevitabilmente ci rimanda a quello che abbiamo vissuto, a quello
che sono stati questi anni. Più o meno consapevolmente l'autore
è uscito fuori di sé, con Homburg, ed io lo
vorrei invitare ad andare avanti su questa strada, come spettatore
appassionato, chiaramente. Perché, ciò che sentiamo
del nostro cinema, e non solo del nostro, è l'insufficienza
di germi di rinnovamento, di cui invece cominciamo a sentire la
necessità. Volevo chiederti, quindi se esiste, per te come
autore, ma anche in generale, un margine di movimento, una possibilità
che vada in questa direzione.
Bellocchio: Queste sono domande le cui risposte sono necessariamente
insoddisfacenti. Perché poi la risposta pecca sempre di un
eccessivo personalismo e l'esperienza personale, in qualche modo,
è utilizzabile molto parzialmente. Quando si dice, forse
da sempre, che il cinema italiano è in crisi, mi chiedevo
se anche negli anni ’60 la critica dicesse la stessa cosa.
C'è come una mitizzazione del passato. In fondo, il cinema
italiano di oggi, in generale, rispecchia un po'quella che è
l'Italia di oggi. Anche questa non è una risposta, perché
è piuttosto ambigua. Ricordo che si diceva: nel '68, un momento
effettivamente vitale, brevissimo ma vitale, perché non sono
venuti fuori tanti capolavori? Non ne sono usciti tanti che riguardassero
o che rappresentassero il ’68. Ma, guarda caso, prima del
’68 ci sono stati tutta una serie di film molto interessanti,
che in qualche modo hanno sentito ciò che stava arrivando.
Oggi un gruppo, un movimento che abbia una sua pur parziale omogeneità
effettivamente non esistono. Credo comunque che, in fondo, le nuove
leggi, l'operato di questa classe politica che adesso è al
potere abbiano una positività. E’ chiaro,però,
che queste strutture poi vanno riempite di bellezza, di contenuti,
di energia, di libertà.
Torri: Non solo e non tanto nel tuo cinema, ma
nel tuo modo di vivere il cinema e la realtà, ho sempre avvertito
una sorta di contraddizione feconda. Chiaramente tu hai sempre fatto
un cinema d'autore, dove la tua individualità si manifesta
in modo forte, eppure nello stesso hai sempre manifestato una sorta
di accettazione di un principio di autorità, verso qualcosa
che ti trascendeva. Ad esempio, ad un certo punto hai preso una
grande cotta per il marxismo-leninismo e in seguito hai preso un'altra
sbandata per la psicanalisi in generale, per la linea d psicanalitica
di Fagioli in particolare. Da che cosa nasce questo tuo bisogno
di un'autorità, una sorta di bussola con cui ti orienti?
Mentre nello stesso tempo dai l'impressione di saperti benissimo
muovere da solo.
Bellocchio: La scelta, e la passione, per un certo tipo
di marxismo-leninismo, era connesso al rifiuto delle mie origini
borghesi. Una certa breve immersione nel '68, in quel tipo di spontaneismo,
si era esaurita rapidamente e quindi c'era la necessità di
attrezzarsi in modo pratico nei confronti della realtà che
si voleva modificare. Questo tipo di progetto si è svalutato,
per me, in tempi relativamente brevi. La passione è durata
circa un anno, già nel '69 ero libero. Era stata un'operazione
di autodistruzione della mia identità di regista, in nome
della politica, di principî che poi non mi davano delle risposte.
Il discorso sulla classe borghese per me ha avuto una sua conclusione
con Salto nel vuoto. In seguito, non che non esistesse più
la borghesia, sia chiaro, ma alla mia attenzione, alla mia ricerca,
alla mia insoddisfazione, non bastava più fare una critica
a quella classe, a cui in fondo appartengo. Perché, appunto,
Salto nel vuoto per me era un po' la liquidazione di questo
argomento. Per cercare strade diverse, più difficili, più
insoddisfacenti, magari più imperfette, con altri compagni
di strada. Quindi, sono ritornato a me stesso e a ricominciare da
capo. L'esperienza successiva, cioè l'approccio all'analisi
collettiva e alla teoria di Massimo Fagioli, è diventata
più radicale, perché ha toccato più a fondo
la mia identità, ed è qualcosa con cui sono fortemente
in dialettica. Questa esperienza si è trasformata anche in
rapporto artistico, ma che per me continua ad essere importante
e decisiva nella mia vita, come ricerca umana, quasi filosofica.
Torri: Nel tuo cinema si avverte sempre, sotto
traccia, la nostalgia o la presenza indiretta dell'utopia, espressa
magari in forma negativa, l'utopia della distruzione totale di un
certo mondo borghese, che c'era nei primissimi film; o l'utopia
di nuovi rapporti umani, appunto, di una collettività felice
che sovverte le concezioni predominanti del mondo, della realtà,
dei rapporti sessuali, ecc. Questo bisogno di un altrove, di un
altro luogo, è uno stimolo che senti ancora? C'è qualche
traccia in questo tuo ultimo film?
Bellocchio: Per tutto un certo periodo l'utopia era qualcosa
di sostanzialmente impossibile, quindi prevalevano un linguaggio
e un'immaginazione che lavoravano sul sarcasmo, sull'irrisione,
sulla distruzione, sulla ridicolizzazione dell'esistente. Era comunque
un atteggiamento che neanche credeva alla possibilità di
realizzare un'utopia, ma semplicemente e soprattutto a far piazza
pulita della falsità, del conformismo, dell'ipocrisia della
realtà presente. Successivamente, direi, a partire da Il
diavolo in corpo il discorso è di tentare di fare un
cinema in cui, lentamente e parzialmente si incominciasse ad intravedere
dei personaggi e delle figure di eroi che fossero non solo credibili
ma anche belli. Homburg mi colpì perché, pur rappresentando
conflitti mortali, non aveva personaggi malefici, cattivi nel senso
shakespeariano. Mi interessava questo tipo di scontro umanissimo,
ma in cui il vertice fosse la realizzazione di un uomo, di un'umanità
molto ricca.
Argentieri: Tu sei un autore degli anni ’60,
sei legato cronologicamente, e non solo, alle nuove ondate. Pur
appartenendo a quel tempo come punto di partenza, io ho l'impressione
che la tua scrittura cinematografica sia pochissimo debitrice nei
confronti di quelle ondate, e che anzi abbia un'attitudine molto
simile a quella che hanno avuto i maestri del cinema che noi consideriamo
come dei classici, Buñuel, Bergman, Ford. Cioè registi
che fanno un uso molto parco dei movimenti della macchina, e che
nel montaggio non puntano a creare ritmi sincopati. In questo senso,
molto lontani dai modi tipici delle nuove ondate. Tutto ciò
è istintivo, o nasce da un'identificazione con certi autori
che hanno influito al tempo della tua formazione? Oppure, ancora,
risponde a quello che per me è invece il perno di tutto il
tuo lavoro, cioè l'attenzione data sempre al chiaro-scuro,
alla penombra? A me piace moltissimo Il principe di Homburg,
dove non mi pare centrale il tema dell'obbedienza e della legge,
anche se indubbiamente c'è quel tema poetico, che tra l'altro
piaceva moltissimo ai nazisti (c'è stata tutta una lettura
“prussiana” del prussiano Kleist e de Il principe
di Homburg durante il Terzo Reich). Invece a me pare che il
tema che più senti sia l'altro. Non dimentichiamo che ci
sono alcune interpretazioni della vicenda che danno il tutto come
immaginato, come non avvenuto.
Bellocchio: Nel mettere in scena il testo di Kleist io
ho sempre cercato i movimenti interni, per questo non mi sono mai
posto il problema: che stile usare, a chi riferirmi. Perché
sono convinto che le scene vincono o perdono sulla potenza delle
emozioni che gli attori comunicano. L'essere sempre più parco
nei movimenti deriva dall'esperienza, come quei pittori che si essenzializzano
sempre di più. Proprio perché il movimento lo si fa
quando è proprio un movimento interno. Ho sempre cercato
di seguire questa esigenza, ma ancor più con il passare del
tempo e con il fatto di acquisire sempre maggiore esperienza e padronanza
del mezzo tecnico.
Uno spettatore: Lei,sembra, fin dal suo primo
film non avere maestri.
Bellocchio: Qualcuno mi fece notare che ne I pugni in
tasca non c’è il padre, è assente, ma questo
è piuttosto ambiguo: nel senso che è morto, non esiste.
Quindi c'è una contraddizione più che un'ambiguità.
Da una parte, io mi sono appoggiato a dei maestri, a delle persone
a cui ho creduto, subendo delle critiche io stesso; dall’altra,
non ho un maestro. Ho un'ammirazione sconfinata per alcuni grandissimi
maestri come Bresson che per me è un genio, Buñuel,
Welles, però non ho individuato un maestro. Questo è
interessante, perché, nonostante ormai faccia del cinema
da più di trenta anni non ho neanche un allievo, credo di
essere poco imitato.
Una spettatrice: Volevo chiederti quale è
la tua ricerca oggi, dopo Homburg? Pensi che una ricerca
onesta di artista possa incontrare un pubblico importante per numero?
Bellocchio: Rispetto a quello che voglio fare ci sono tante
cose che sono cambiate. Certamente le cose in cui credo, quelle
non le tradisco, non c'è dubbio. Posso sbagliarmi. Poi, sia
per l’artista che per l'uomo ci sono sempre livelli consci
e livelli inconsci. Uno può avere la coscienza più
limpida e fare degli sbagli clamorosi. Quello che sto facendo non
riesco a farlo se proprio ne vedo la falsità. E'comunque
un discorso complesso, per cui quando fai il regista, lo sai che
c'è un'infinità di compromessi. C'è un momento
in cui il compromesso va rifiutato, ma c'è un momento in
cui il compromesso lo si può accettare, perché altrimenti
non si vivrebbe in questo mondo. Coniugare bellezza e successo:
io ti posso solo rispondere che nel mio caso questo qualche volta
è avvenuto e credo che avvenga anche per grandissimi capolavori
del cinema. Ma come si può regolarlo! E'impossibile, è
dato al caso. Una volta si diceva, ma penso che ormai sia un discorso
antiquato , che dove ci fosse il successo c'era il falso. Siccome
siamo delle persone di sano buon senso, uno non può che essere
contento se arriva il successo. Semmai il successo può metterti
in crisi per altri motivi, che vengono dopo. Ma credo che la bellezza,
l'originalità partano sempre da prima. Chiaro che quello
che io riuscirò a fare, e in che modo, è legato a
come io sono, come vivo, come mi rapporto con gli altri.
Una spettatrice: Cosa rappresenta, per te oggi,
fare ricerca sull'immagine cinematografica, avendo scelto una via
diversa da un certo cinema di denuncia sociale?
Bellocchio:Io ho polemizzato con un certo cinema italiano
che era sostanzialmente un cinema fotografico, che si limitava a
riprendere la realtà ma non lavorava sulla trasformazione
dell'immagine. Quando dico un cinema documentaristico, fotografico,
mi riferisco anche al cinema intimistico, perché si può
fotografare anche i propri intimismi. Allora il discorso dell'andare
oltre il visibile con gli occhi rimanda a tutta una ricerca che
è mia, la quale lavorando sull'identità inconscia
mi permette di avvicinarmi a questo tipo di risultato. Naturalmente
questi sono discorsi che vengono formulati coscientemente, però
hanno dei percorsi assolutamente misteriosi. Senza nessuna polemica,
ho come l'impressione che la gran parte del cinema italiano stia
al di qua di quella bellezza invisibile che a me piace scoprire,
e che non è un'aspirazione utopica, essendo anche l'obiettivo
della ricerca ne Il principe di Homburg. Naturalmente, non
è una formula che applico di volta in volta. E' qualche cosa
di istintivo anche per l'ideazione di progetti futuri. Una cosa
che vedo nel cinema italiano: miseria delle immagini, ma senza alcun
atteggiamento di sprezzo. Può darsi che sia l'atteggiamento
del padre rimbambito, il mio, ma sicuramente le immagini del passato
me le ricordo più di quanto non mi ricordi le immagini del
presente. Credo che questa mia affermazione può essere pericolosa,
come il punto di vista del padre, e io non voglio certo essere il
padre. Ditelo voi.
L'incontro, organizzato dalla Biblioteca del Cinema "Umberto
Barbaro" e dalla rivista Cinemasessanta, si è tenuto
presso la libreria Bibli nel dicembre 1997.
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